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Noi e Rodrigo

Rodrigo non c’è più.

Ieri lo abbiamo portato dal veterinario per una complicazione: gli si erano gonfiate le zampe, conseguenza forse di un problema cardiaco o renale. Lui, quello scricciolo ormai, che aveva la FIV da 8 anni, che era stato operato di tumore l’estate scorsa, che dopo soli 3 mesi aveva visto crescergli di nuovo in fianco un altro tumore, lacerato, sanguinante, necrotico, e poi un altro ancora nel ventre, entrambi grandi come palle da ping pong, che aveva chissà cos’altro lì dentro di lui. Insieme alla veterinaria, accertate le sue condizioni, abbiamo deciso di addormentarlo e praticare l’eutanasia.

È più facile partire da qui, dai dati, dalle evidenze fisiche, dagli accadimenti uno in fila all’altro. Dal dimagrimento che gli aveva lasciato le ossa esposte e il musino piccolissimo, che gli aveva fatto sparire la panzella, della malattia che gli ha regalato la stanchezza, il dolore, la fatica a respirare, a mangiare. Roba da non crederci, a mangiare: proprio lui che spazzolava tutto, che ti chiamava insistentemente alle 7 di mattina e alle 8 di sera perché aveva una fame incontenibile, che quando aprivi la sua scatoletta si arrampicava sui pomelli della cucina per arrivare con la zampa alla ciotola in preparazione.

Perdonatemi se ricordo

Il Drigo che ricordo io è quello che fa le fusa a volumi altissimi, che beve l’acqua insaponata della doccia e anche quella dei gerani sulla finestra, che canta le canzoni insieme a noi, che dopo la cacca saltella di corsa sul divano, che impazzisce per i ceci, l’uovo crudo, che lecca la scatola del mascarpone, della ricotta, il vasetto dello yogurt, che se mi siedo sul divano lui arriva e si piazza in braccio, che mi fa lavorare al computer solo se può stare sul polso e solo dopo una sessione di pasta, che ama le scatole e ci sparisce dentro per ore, che dorme a pancia in su, che si infila sotto il telo del divano, che fa i giretti fuori la sera e torna sporco di nero come se avesse aggiustato le macchine del quartiere, che fa la pasta dovunque si trovi perché in fondo è un gatto italiano, che sa dormire anche in verticale.

 

Il Drigo che ricordo io è anche quello che si consuma giorno dopo giorno, che si nasconde nell’armadio della casa nuova, che inizia ad avere paura delle mosche, sbatte sulle ante dei tavolini con il collare di Elisabetta, che non riesce a saltare più sul divano, che non mangia, che si lecca dove non si deve leccare, che sanguina, che puzza, che si fa sentire con lo stesso spirito di una manifestazione in piazza, che vuole scassinare la porta della sala per raggiungerci, che non vuole rimanere solo.

Di fronte ai ricordi più intensi io non sono niente. Sono un personaggio di quelli, guardo da fuori, sorrido. Dedico il mio tempo a Rodrigo scrivendo di lui, gli dedico un bel po’ di lacrime, un mucchio di pensieri, ieri io e Robi gli abbiamo pure dedicato una festa, innumerevoli brindisi e sessioni di ti ricordi.

Di Rodrigo si ricordano tutti quelli che sono passati per casa di Roberto: per diversi anni ogni volta che lui doveva viaggiare indiceva il concorso Parigi per Drigo. Offriva l’alloggio a casa sua in cambio della “manutenzione” del gatto. Una formula che ha permesso a molti amici e sconosciuti di scoprire Parigi e di affezionarsi a questo gatto rompicoglioni e dolcissimo che tra una coccola e l’altra mangiava un casino e faceva montoni di cacca.

 

Capodanno 2017-2018

Lo sguardo che ha dentro il senso della vita

Jacques Derrida diceva che lo sguardo dell’animale ci lascia nudi. E nuda mi sono sentita ieri, io per niente pronta ad accettare la morte con dignità, con il naso e il cuore gocciolante, quando la dottoressa ci ha detto che Rodrigo stava soffrendo, quando Roberto ha chiesto come si fa a capire quando si deve dire basta e lei gli ha detto il momento è ora, non più tardi di qualche giorno, se lo volete salutare a casa questo week end lunedì. Lui soffre ogni volta che respira.

Io non lo so se Rodrigo era pronto per morire, se come dice Roberto, quando 10 giorni prima voleva buttarsi dal balcone, forse aveva capito cosa gli stava succedendo. Ha sicuramente dimostrato la sua tempra fino all’ultimo: due anestesie e non mollava ancora, un gatto forte, fortissimo.

Mentre eravamo lì ad accarezzarlo, a parlargli, a piangergli sulle zampe mentre lui si accasciava sfinito, piano, lo guardavo fisso negli occhi, il suo cuore sullo sfondo batteva, l’iride giallo, lo sguardo un po’ perso, poi mi sono spostata con gli occhi sul petto, il cuore si è fermato, sono ritornata nei suoi occhi, lo cerco, e lì c’è solo nero e buio.

La vita che si spegne, ora capisco come hanno fatto a inventare questa metafora. Dentro i suoi occhi, in quell’istante di prima e dopo ho l’impressione di aver visto tutto quello che devo imparare da questa vita. La mia presunzione di voler controllare ogni cosa, il suo contegno, le cose che vanno come devono andare.

Stamattina mi sono messa a leggere cose sui gatti malati, sull’elaborazione del lutto. Ho scoperto che nel 90% dei casi, i padroni decidono di non assistere all’eutanasia e a me sembra una follia. Credo che in quel momento più di altri gli animali abbiano bisogno di noi, di voci e occhi familiari. Non avremmo mai lasciato Rodrigo da solo, ammalato, spaventato, vecchio, consumato dal cancro.

Io e la morte, un caso ancora irrisolto

Non avrei paura ad andare sulla Luna ma sono terrorizzata dalla morte. Se credessi che dopo la morte c’è qualcosa probabilmente questo momento mi sarebbe più lieve. Il fatto è che non so proprio cosa credere perché l’unica cosa che conosco è il mio dolore e quello di Roberto, è la bellezza di aver avuto Rodrigo con noi, è il vuoto che sento ora, questo silenzio che c’è in casa senza di lui.

La morte è un problema irrisolto per me che non sono ancora in grado di accettarla, non sono brava, sono dannatamente umana, una principiante della vita e della morte. Passare gli ultimi giorni insieme a un essere vivente malato è un esperienza che cambia un po’ tutto, sposta i riferimenti, riposiziona l’idea di bene e male, di bella o brutta giornata. Quotidianamente vedi un pezzo di buono e sano che se ne va di lui e sai che quando arriverà la fine non sarai comunque pronta.

Rodrigo mi ha insegnato che la malattia puzza, stanca, agita, è fatta di tentativi, di altalene di speranze, di disagio, di compromessi; che la morte è silenziosa, è vuota, è calma, libera, è una fine stesa sul lettino per chi se ne va e un inizio di solitudine per chi resta. È una valle di lacrime che esplode all’improvviso, è rischiare di impazzire ogni volta che provo ad andare più in profondità all’idea che non c’è più, è non riuscire ad arrivare a nessun punto per quanto io possa pensarci; Rodrigo mi ha insegnato che la morte è la vita, che ci vuoi fare.

Addio chanteur, ci mancherai un casino.

 

 

Chiara Gandolfi

Sono Chiara, copywriter e voice talent. Con Bonnie e Clyde, i miei due gatti, mi sono trasferita a Parigi. Questo blog è il nostro diario delle avventure.

7 Replies to “Con la morte non si vince, si perde e basta”

  1. Lucia says: Giugno 17, 2019 at 12:11 pm

    Un grande abbraccio.
    Solo chi ha un gatto, o altro animale, può capirti fino in fondo.

    Lucia

    1. Chiara Gandolfi says: Giugno 17, 2019 at 2:56 pm

      Grazie Lucia <3 Credo che chiunque abbia subito una perdita possa comprendere: più che dall'oggetto perduto, persona o animale che sia, credo che dipenda dalla relazione che riusciamo a costruire con lui la vera discriminante. Qualcuno prova empatia per le persone conosciute, altri anche per le sconosciute, altri ancora per gli animali, per i bambini, o per gli anziani: dipende da noi e dalla nostra disposizione all'amore. Mi mancherà davvero tantissimo, Rodrigo, mi sta già mancando in maniera immensa.

  2. carola says: Giugno 22, 2019 at 11:14 am

    <3 mi rivedo nelle tue parole

    1. Chiara Gandolfi says: Giugno 22, 2019 at 1:47 pm

      Ci riconosciamo da lontano e sappiamo starci vicini <3

    1. Chiara Gandolfi says: Giugno 22, 2019 at 1:47 pm

      :*

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