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Flaneuse a Parigi

Introduzione. Cose sparse da antipasto.

Non pubblico su questo blog da troppo tempo, ma siccome di lavoro scrivo di continuo, quando ho tempo libero preferisco dare baci, fare collage, accarezzare i gatti, riscoprire muscoli che non esistevano fino a un minuto prima. Un breve riassunto delle puntate precedenti e poi go:

  • ho lavorato moltissimo, sono soddisfatta del fatturato e dei miei clienti, ma la mia salute ha qualcosa da ridire;
  • ho imparato a distinguere l’accento parigino da quello canadese, algerino, bretone, marsigliese;
  • ho maturato 500 euro di formazione nel 2019: se lavori in Francia ti meriti di fare dei corsi su quello che vuoi con il budget che ti sei guadagnato;
  • mi sono abituata alla pioggerellina: porto sempre con me un impermeabile o un ombrello ed è ok anche se torno a casa lavata;
  • per far scena continuo a storcere il naso quando Robi dice: “ci mangiamo un risetto?” Per tre volte ho preferito aglio, olio e peperoncino e lui adesso è convinto di farmi un torto quando me lo cucina;
  • i prezzi folli degli appartamenti non sono scesi ma fra qualche mese inizieremo a cercare una casa da comprare. Conoscendo il Pasini, è meglio di un brillocco;
  • mi manca fare il bagno in una vasca. Una di quelle cose di per sé insignificanti ma con troppi significati dietro come “mi prendo cura di me”, “mi prendo cura di te”, “non lavoro stasera”, “tesoro, cortesemente, mi accendi le candele, mi gonfi le bolle di sapone, mi allunghi un bicchiere di vino?”;
  • la psicoterapia, la determinazione e la curiosità non mi hanno mai fatto gridare nemmeno una volta “che anno di merda”.

I’m not the only one

Abbiamo disinstallato il 2020 perché aveva un virus. Nelle tasche dei nostri cappotti copernicani, ci sono segmenti di infelicità impiastricciati di vinavil che abbiamo cercato di tenere insieme a tutto il resto, videocall comprese. Ho lasciato che un ago invisibile mi trapassasse ogni giorno, non senza dolore, nella mia solitudine, nel lavoro, nell’amore, nelle sere con le mie selezionatissime affinità elettive.
Le aritmie si sono concentrate in marzo, settembre e dicembre: così sono diventata campionessa di grandi respiri come dopo una notte spalmata di Viks Vaporub.
Sono arrivata al nuovo gennaio stanca di tutto. Di stare sui social, di sentire gli altri vaneggiare, di ricevere consigli che non ho chiesto, di rispondere a domande insistenti e maleducate di sedicenti pennivendole, di avere gli occhiali appannati quando indosso la mascherina, di dirmi che non ho tempo per fare quello che mi piace fare. Così, durante le vacanze di Natale ho ricominciato con le passeggiate senza fretta. Parigi, senza turisti, respira meglio, come tutte le grandi città in questo momento e i local se le possono godere più del solito.

Praticare la flânerie

Praticare la flânerie è un’esperienza per niente scontata. La traduzione di flâner è “gironzolare”, “perdere tempo” ma senza accezione negativa.

In pratica tu cammini e lasci che il tutto accada intorno a te, ti preoccupi solo di osservare e ascoltare annullando il giudizio e lasciando che le cose si mostrino per quelle che sono. È la vita che scorre. Senza sapere quando e come quello che desideri arriverà, l’importante è farti trovare pronta a ricevere. Passeggiare per Parigi ti insegna a mollare i pensieri ingombranti, vivere l’istante presente, rimanere all’ascolto. Detta così sembra un’attività super zen e infatti lo è. Io per esempio quando mi arrabbio metto la scarpe, la giacca ed esco. Funziona. Calma. Riallinea.

Passeggiare senza una meta precisa è per me un vero e proprio rituale ascetico: mi sembra di essere Rihanna in uno dei suoi video con la musica che va, io davanti che guardo in camera e dietro di me il corpo di ballo che dimenandosi si libera dalle tossine.

In passato la flânerie era svolta solo dagli intellettuali, i dandy, poeti e artisti che percorrevano la città alla ricerca di ispirazione nell’osservazione del cambiamento di un’epoca. Il primo testo letterario che ne parla risale al 1826: Le Flâneur, galerie pittoresque, philosophique et morale de tout ce que Paris offre de curieux et de remarquable di Jean-Baptiste-Auguste Aldéguier. È proprio Parigi, infatti, la meta privilegiata dei flâneurs. Charles Baudelaire ci ha lasciato una testimonianza vivissima di questa attività e della figura del flâneur, un «botanico del marciapiede» come lo definì Walter Benjamin. Il flâneur si mescola alla folla affaccendata ma ne rimane in fondo distinto e sfaccendato. La gente si sposta a passo svelto e lui cammina lentamente, ciondolando per le piazze, sotto i portici, con le mani dietro la schiena e l’ombrello sotto il braccio. Gli occhi degli altri restano fissi davanti o a terra, quelli del flâneur guardano intorno, davanti, sopra, in basso. I pensieri collettivi sono rivolti a ciò che deve essere fatto, alla casa, al lavoro. Quelli del flâneur vagano liberi e senza premeditazione, in attesa di rimanere colpiti da un particolare, da un essere umano, da un colore.

Oggi, per le strade, in metro, al supermercato, la gente si guarda per ore senza rivolgersi parola. Siamo tutti esposti all’osservazione di altri esseri umani con i quali non interagiremo verbalmente (anche se a onor del vero comunichiamo attraverso l’aspetto, la pettinatura, i vestiti, la postura: per quanto concerne la vostra eroina, dati gli ultimi abbinamenti, si sta pericolosamente riavvicinando al modello giardinetti, badante dell’Est Europa cinquantacinquenne).

È un po’ come partecipare al teatro della vita nella veste di spettatrice e non di attrice o comparsa o occhio di bue tutt’al più. Mi riposo da tutti i miei ruoli, posso essere niente, confondermi, ancora di più adesso con cappello e mascherina. Non è per niente male diventare invisibile.

 

 

Author: Chiara Gandolfi

Sono Chiara, vivo a Parigi con Roberto, Bonnie e Clyde. Questo blog è il nostro diario delle avventure.  

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