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Sono giorni di molte parole asciutte in tempi umidi, giorni di facce da vedere in webcam e mani da immaginare lievi sulla testa, di sentimenti da colorare dentro i bordi. Sono tempi in crisi dove remiamo senza pensare. Giorni senza gambe che non vanno da nessuna parte e senza fianchi a cui attaccarsi per divertirsi un po’. Sono giorni in cui i secondi sono sempre 86 mila e 400 e mai uno di più o di meno. Giorni che potresti anche innamorarti ma che se non lo fai è meglio e se lo fai è meglio che baci il cuscino.

L’intelligenza collettiva si appoggia sull’intelligenza individuale

Italia dal cuore grande e diviso in guerra fredda con i polmoni. Italia di italiani pronti a tutto: cantiamo dai balconi, creiamo compilation al COVID-19, compiamo gli anni in compagnia dei nostri desideri, facciamo aperitivi con gli amici su Skype. Italiani quando smettiamo di abbracciarci solo per una buona causa e contiamo i giorni che mancano per calpestare di nuovo il mondo con i nostri piedi e le scarpe firmate. Italiani che impariamo a cucire se qualcuno ci presta un ago, a fare i biscotti, la pizza, il pane, noi che la testa l’abbiamo lasciata in quell’ultimo giretto che non sapevamo fosse l’ultimo giretto, noi che scommettiamo su tutto e non ci manca altro che quel respiro vicino, Italiani nell’attesa di leggere quello che non vogliamo scrivere da soli. Italiani pazzi e impauriti, partiti da Milano per tornare giù giù al paesello, come se il mondo non potesse stare in una stanza e negli occhi chiusi di chi sa immaginarci. Italiani di auto aiuto, corsi online e dirette su Instagram, di cestini con un libro dentro da un piano all’altro, di file stranamente ordinate davanti ai supermercati, di mascherine artigianali. Italiani che credono a tutto anche alle notizie false, Italiani quando si tratta di venderti comunque qualcosa, un po’ sciacalli, un po’ comici. Italiani tutti insieme ma ognuno a casa sua. Italiani buoni che mi fate commuovere e italiani stupidi che mi infiammate le guance.

Ed è un soffrire due volte per la stessa storia

La scorsa settimana sono uscita per la prima volta dalla mia quarantena. Ho trascorso 2 settimane a casa dopo essere passata in treno per Codogno ed essere rimasta due giorni a Milano per tenere un corso di scrittura autobiografica in aula. Ho perso 4 lezioni del corso di francese, ne ho fatte 2, hanno annunciato la chiusura delle scuole e allora boom, ancora a casa fino a data da destinarsi.

Prima che finissero i 14 giorni ho avuto il mal di gola e per 3 giorni un dolore al petto. I polmoni rispondevano all’aria, ma avevo un sasso enorme che mi spingeva a terra in una sensazione costante di morte imminente. Un’angoscia che, siccome angoscia mi faceva paura come parola, ho chiamata Egidia. Ho iniziato a parlare all’Egidia e ad ascoltarla, e lei l’Egidia mi diceva che non voleva farmi male ma che era pesante per sua natura, che pure lei come me aveva paura ogni giorno, soprattutto la mattina e la sera, quando passavo ore intere a guardare le notizie dall’Italia, a cercare opinioni, a infilarmi dentro qualche speranza, a immaginare un possibile scenario. L’Egidia mi ha fatto pensare che anche le gerbere non hanno una vita semplice. Me lo ha detto mentre stamattina guardavo il ficus di casa che dal trasloco non si è ancora ripreso e sembra stremato di questo cambiamento, ogni giorno la stessa storia. Come lui, anche io soffro sempre per la stessa storia: ho sofferto per l’Italia e ora anche per la Francia. Egidia dice che anche dopo lunghi periodi di inattività le piante in momenti inaspettati riprendono a vivere e io lì t’aspetto ficus.

Tra ottimismo e pessimismo

Non chiedermi, perché io non so mai dove stare. Non riesco a dire andrà tutto bene senza aggiungere un se. E a quel punto saluto, certo, ma solo per educazione. Ci vorrebbe un po’ di neve a marzo per giustificare la sensazione di ogni cosa che oggi sembra più distante e nuova. Misuro i metri tra i miei pensieri e li metto a distanza di sicurezza, soprattutto allontano quello che disegna i miei viaggi segreti in mare aperto rischiando la tempesta ogni volta pur di navigare. E la musica che ascolto mi ha portato sul sito di Thomann per comprare un pianoforte elettronico perché signori e signori ricomincio a suonare e stavolta senza le paranoie della perfezione giovanile ma solo per il piacere di schiacciare i tasti.

La musica. Oggi mia mamma mi ha mandato un vocale di Polletto, il canarino che canta di brutto in cucina. E pensavo che mia mamma ha quella capacità lì di farmi sentire a casa in ogni posto in cui si accomoda anche dentro una chat di WhatsApp. È stato sempre così, era così pure nelle stanze degli alberghi delle nostre vacanze, apriva la valigia, metteva la trousse sul lavandino e mi sembrava di non essere mai andata via da niente. La quarantena è così, ti fa sgranchire i ricordi o te ne costruisce di nuovi.

La musica. Lavo le mani tante volte al giorno anche se non ho toccato niente anche se io tocco sempre le cose per conoscerle, ci canto sopra due volte tanti auguri a te, una volta a me e una volta a Roberto: di questo passo avremo 159 anni fra una settimana. 

Serve il coraggio di chi dice adesso e adesso è qui, di chi dice basta ed è abbastanza. E poi la musica.

 

La foto in evidenza è di quell’amore di Roberto Pasini.

Chiara Gandolfi

Sono Chiara, vivo a Parigi con Roberto, Bonnie e Clyde. Questo blog è il nostro diario delle avventure.

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