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Chiara Gandolfi libera professionista

Tu mi chiameresti nomade digitale? Ma no, dai, sono solo una libera professionista. Tra l’altro ogni volta che dico nomade digitale immagino un tizio asciutto con un costumino striminzito, un cocktail rosa nella mano destra e una crema solare nella sinistra, su una spiaggia tropicale steso sotto un banano dove all’ombra, illuminato da una luce divina, c’è questo computer che sta facendo girare i numerini e produce rendite automatiche. Forse non ne ho mai conosciuto uno perché si spostano troppo velocemente, sono troppo nomadi, o forse perché sono troppo digitali e quindi anche un po’ dematerializzati. Chissà.

Sì, ma che lavoro fai?

Ritorniamo seri, ma solo un attimo. Il fatto di essere libera professionista e di lavorare al contempo con il digitale mi permette di affrontare questo passaggio dall’Italia alla Francia senza dovermi preoccupare di cercarmi un altro lavoro perché io un lavoro ce l’ho già.

Faccio un passo indietro: cosa faccio di lavoro io?

  • Studio i nomi per i brand, è una cosa che ha a che fare con la linguistica, la semiotica, le altre lingue, la strategia, la legge (ebbene sì, per registrare un nome non deve essere di nessun altro se no passi i guai).
  • Scrivo testi per i siti web e testi pubblicitari per la stampa, la radio e la tv: i miei clienti sono attività che vogliono comunicare in modo originale.
  • Registro in lingua italiana audio della mia voce per spot, video e prodotti multimediali.
  • Insegno copywriting e scrittura creativa.

Cosa cambia nel mio lavoro

Fondamentalmente niente. Ho tutto quello che mi serve sempre con me: la testa, il computer e un microfono. E nemmeno per i miei clienti cambia nulla visto che ho sempre lavorato con loro da remoto, con mail e videochiamate. A loro non importa dove io sia fisicamente e il fatto di non essersi mai visti di persona non ha mai compromesso il risultato del lavoro.

Lavorando con la lingua italiana i miei clienti di copywriting fino ad ora sono stati tutti italiani e sarà ancora così. A chi mi dice che una volta imparato il francese poi potrei propormi come copywriter in francese dico no: un copywriter non è solo uno che parla e scrive in una lingua ma conosce anche come questa lingua si comporta in tutti i suoi contesti (tra i giovani e i loro modi di dire, nei proverbi, nella storia, nelle derivazioni, nei giochi di parole). Solo in rari casi (per esempio di bilinguismo) è possibile eguagliare un madrelingua nella scrittura soprattutto pubblicitaria e nella conoscenza della lingua così intimamente da sentire di possederla in tutte le sue sfaccettature.

Per il naming il discorso è leggermente diverso: il nome va spesso oltre una lingua ed evoca a più livelli. A meno che non sia studiato solo per il mercato italiano è un nome che deve comunicare a tutti. Pensa a Google o Amazon o Coca Cola. Per questo, non escludo che, dopo aver trascorso un tempo sufficiente a Parigi potrei collaborare con agenzie di comunicazione francesi come consulente di naming.

Continuerò a insegnare in aula: credo moltissimo nella formazione dal vivo. Ho previsto già delle date in cui rientrerò in Italia per insegnare almeno 2 volte all’anno. Sarà l’occasione per passare a trovare i miei genitori e fermarmi qualche giorno per gli abbracci, i baci e i carciofi di Nina.

Per la voce come per la scrittura sono ferma sulla mia posizione. Un voice talent professionista deve registrare nella sua lingua di origine (non parlo di chi lavora in radio: conosco speaker inglesi e americani che hanno il loro programma e sono forti, lì non è richiesta una pronuncia perfetta). In questi ultimi anni ho lavorato più spesso con l’estero (Germania e Svizzera) che con l’Italia. Gli studi di registrazione stranieri hanno bisogno di audio in più lingue, così si rivolgono a speaker professionisti madrelingua per portare a termine i loro progetti. Pensa alla Svizzera che ha 4 cantoni: ogni brand che non sia strettamente locale deve comunicare in 4 lingue.

Liberi professionisti: piccoli ed elastici

Questo cambiamento mi ha obbligato a ripensarmi come professionista e a decidere di nuovo chi voglio essere, a confermare alcune scelte già fatte e a potenziare i servizi in cui credo di più e che mi soddisfano di più. Mi è molto utile ciclicamente fare un check di chi sono e di chi voglio diventare. Le cose che facevo 4 anni fa quando ho iniziato da libera professionista non le faccio più. Perché? Perché sono più brava, più esperta, più centrata. Ho fatto abbastanza errori che mi hanno insegnato altrettante lezioni, ho studiato e ho agito, mi sono formata nel metodo, ho scoperto qual è lo scopo del mio lavoro. Ho ancora sogni più grandi di me, diversi da quelli di allora, ma che mi fanno vibrare se penso che quello che sto facendo mi aiuterà a realizzarli.

I liberi professionisti sono piccoli ed elastici: si muovono più agilmente delle aziende, possono dare risposte e soluzioni sensate senza sprechi di tempo e soldi, fanno della ricerca una pratica quotidiana, uniscono all’indipendenza e all’autonomia il desiderio di fare parte di qualcosa di grande che è il sogno del loro cliente. Sono persone prima di tutto e per questo è più facile per loro instaurare relazioni sincere e curate. Hanno dentro la capacità di adattarsi, il bisogno di sperimentare, il cambiamento come stile di vita. Sono sempre pronti. E quando non lo sono, si informano e capiscono come si fa perché nessuno lo farà al posto loro.

Questo è quello che voglio fare, ora. Mi sento nei miei panni, so che mi viene bene quello faccio e che ho ancora qualcosa da dare. Le cose cambiano, cambiano comunque, sia che siamo noi a desiderarlo, sia che sia il tempo a mescolare le carte e a farci trovare nuovi. Magari fra 10 anni mi troverai in un’isola greca, con un grande grembiule marrone, le mani sporche di argilla che creo tazze artigianali nel mio laboratorio di cianfrusaglie. Ma chi può dirlo, sono una libera professionista, mica un indovino.

 

 

Foto: Rhamely

Chiara Gandolfi

Sono Chiara, copywriter e voice talent. Con Bonnie e Clyde, i miei due gatti, mi sono trasferita a Parigi. Questo blog è il nostro diario delle avventure.

2 Replies to “Una freelance a Parigi: cosa cambia nel mio lavoro”

  1. Nicoletta says: Gennaio 7, 2019 at 3:11 pm

    Beh che dire, io sono già qui che ti aspetto con il grembiule e la ceramica 🙂

    In bocca al lupo!

    1. Chiara Gandolfi says: Gennaio 7, 2019 at 7:17 pm

      Ah, fantastico! Chissà che inconsciamente non abbia pensato a te quando lo scrivevo?! 🙂

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